8 Marzo 2010
di Marco Filippeschi, Presidente nazionale di Legautonomie, sindaco di Pisa
La giornata di mobilitazione dei cittadini immigrati deve far riflettere tutti. Nella crisi è colpito duramente chi vive e lavora in Italia, venuto da lontano, per fare lavori che spesso gli italiani non vogliono più fare. Di certo, se d’un tratto tutti gli immigrati scioperassero davvero o tornassero nei paesi d’origine, come qualcuno per propaganda dice di volere, si fermerebbe buona parte del paese.
17 Dicembre 2009
di Oriano Giovanelli, deputato e presidente Legautonomie
Estratto dalla pagina di Legautonomie pubblicata su Italia Oggi il 18 dicembre 2009
La crisi morde drammaticamente la coesione sociale del paese e ancora di più lo farà nel 2010 e le imprese e in special modo quelle artigiane, i terzisti, il piccolo commercio annaspano e quando non ne possono più chiudono. Le più grandi usano fino a quando dureranno gli ammortizzatori sociali ma nel frattempo si affidano sempre più ai “tagliatori di teste†per mettere in atto ristrutturazioni pesantissime per i livelli occupazionali.
Vista dalle nostre piazze, dalle nostre vie, dalle nostre aree industriali questa è la realtà . E’ la realtà che vedono tutti i giorni i sindaci, gli amministratori provinciali e regionali.
Evidentemente nei palazzi romani e in quelli del Governo in particolare hanno altre visioni che rispetto alla realtà sembrano più allucinazioni, miraggi. Viene davvero da chiedersi ma dove vivono? Chi frequentano? Davvero il valore del lavoro, dei bisogni materiali primari è caduto così in basso nella attenzione di chi ha le leve del governo nazionale?
Così non è per chi, di qualsiasi orientamento politico esso sia, si trova a sbattere ogni giorno su questi problemi. Non possono non vedere le file che aumentano davanti alle mense della Caritas o di altre associazioni caritatevoli; non possono far finta di non sentire quando vengono avvicinati da chi chiede lavoro o da chi davanti alle ristrutturazioni industriali si rivolge alle istituzioni locali chiedendo di fare qualcosa, di non essere lasciati soli. Non possono sottrarsi a quel sentimento di frustrazione quando persone per bene e con tanta dignità si rivolgono loro dicendo che non riescono a pagare l’affitto, le bollette, la retta della casa di riposo o dell’asilo nido. Il paese reale sta soffrendo e sa che si preparano giorni ancora più difficili.
Se non si capisce il valore del ruolo delle istituzioni locali in questa fase sul piano della tenuta democratica, sociale e produttiva del paese vuol dire che davvero si è deciso di giocare con il fuoco.
Nella battaglia che il sistema delle regioni e delle autonomie locali hanno ingaggiato sulla finanziaria per il 2010 stroncata con l’apposizione della 27ma questione di fiducia in 18 mesi di governo (deprecabile! Ha detto il presidente della Camera) c’era tutta questa consapevolezza.
Cosa hanno chiesto in sostanza.
Le regioni che si sono distinte in questo anno orribile per dinamismo ed efficacia nell’ azione di contrasto alla crisi, hanno puntato tutto sul finanziamento della riedizione del “patto per la saluteâ€, sul fondo sociale e sulle risorse per prorogare gli ammortizzatori sociali.
Le province fortemente colpite dalla riduzione delle entrate a causa del calo delle immatricolazioni delle auto, hanno puntato sulla riduzione dei tagli e soprattutto sull’allentamento del patto di stabilità per poter sorreggere gli investimenti e pagare i creditori, spesso piccole imprese locali per le quali anche piccole somme sono vitali anche per sfuggire alla morsa creditizia delle banche.
I comuni, che dovranno fronteggiare il taglio molto pesante previsto dal famigerato decreto 112 del luglio 2008 e minori entrate sul fronte degli oneri di urbanizzazione, hanno chiesto la totale e certa restituzione del minor gettito ICI dovuta alla eliminazione di questa imposta sulla abitazione principale ( scelta che non ci stancheremo mai di dire ha drenato risorse dai poveri per darle ai ricchi); un ben più consistente finanziamento del fondo sociale; un allentamento dei vincoli del patto di stabilità interno per le stesse ragioni esposte parlando delle province e per quanto riguarda il pagamento delle tante imprese creditrici hanno chiesto anche il possibile coinvolgimento della Cassa Depositi e Prestiti.
La battaglia non è stata inutile, su patto per la salute e ICI dei risultati ci sono stati anche se del tutto parziali e soprattutto non risolutivi di quel deficit di autonomia finanziaria che si è paurosamente aggravato. I Comuni davanti al futuro sono sempre più come un pugile che deve salire sul ring con una mano legata dietro la schiena e alla faccia della autonomia ogni anno devono attendere la gentile concessione del Governo centrale e ingaggiare lotte furibonde per soldi che sono di loro spettanza.
Ma sulle altre due questioni fondamentali e cioè le risorse per le politiche sociali e l’eliminazione di vincoli insensati per poter pagare i creditori e per sostenere un grande piano di piccole opere indispensabile per una manovra davvero anticiclica non si è ottenuto nulla e ci si è trovati di fronte ad un vero muro di incomprensione.
Ma la battaglia non può considerarsi finita. Sul fondo per le politiche sociali e sull’allentamento del patto di stabilità interno per il 2010 noi siamo convinti che è possibile tornare alla carica. Si può infatti su queste due questioni creare una vasta alleanza fra regioni, province, comuni, sindacati dei lavoratori, associazioni dei commercianti, degli artigiani, cooperative, volontariato, affinché nell’inevitabile ennesimo decreto anti crisi, che necessariamente il governo dovrà definire nei primi mesi del nuovo anno, queste sante ragioni vengano fatte valere. Questa realtà può essere compresa e condivisa da un ampio fronte di forze sociali che sanno che in realtà è sul sostegno del sistema locale che devono e possono fare affidamento. Gli amministratori che spesso si sentono avviliti e impotenti devono sapere che sono oggi più che mai investiti di questo compito e con intelligenza e determinazione siamo convinti lo porteranno avanti.
PS: Il Governo pagherà certamente caro la scelta infamante e demagogica di imporre l’inserimento in finanziaria del taglio dei consiglieri e degli assessori, la cancellazione delle circoscrizioni e delle comunità montane , dei difensori civici e dei direttori generali. Come a dire: vedete sono li gli sprechi! Così facendo ha leso tre principi, la leale collaborazione prevista dalla Costituzione fra i diversi livelli istituzionali; l’autonomia statutaria e l’autonomia regolamentare degli enti. Siamo pronti al confronto-scontro. Accendiamo i riflettori sui costi enormi per il paese di un centralismo statale ancora ampiamente praticato alla faccia di un federalismo solo propagandato e misuriamoli con quelli del sistema delle autonomie. La sfida è aperta e la vittoria certa.