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26 Luglio 2012

FOCUS/ Legautonomie, Comuni in campo: più civiltà dietro le sbarre

Il settimanale di approfondimento tematico a cura di Legautonomie e Agenzia Dire si occupa questa settimana del tema delle carceri, in vista del convegno nazionale organizzato a Firenze il prossimo 2 aprile da Legautonome, insieme al Forum per il diritto alla salute dei detenuti, dal titolo "Le città e l’istituzione penitenziaria".

Sovraffollamento, condizioni igieniche precarie, carenza di percorsi di inclusione sociale e di reinserimento nel mondo del lavoro. Sono questi i problemi che affliggono perennemente le carceri italiane e a cui si tenta da decenni di trovare una soluzione, con risultati più o meno incisivi. In questo quadro possono intervenire gli enti locali? In che tempi e con quali modalità possono ricoprire un ruolo determinante? E' possibile riqualificare gli istituti penitenziari e rendere più tollerabile per i detenuti scontare la loro pena? Di questi temi si occuperà il convegno organizzato lunedì prossimo a Firenze da Legautonomie e Forum per il diritto alla salute in carcere.

L'incontro è rivolto ai sindaci, agli amministratori e agli operatori di vari settori con l'obiettivo di individuare i campi d'azione, dal momento che le strutture carcerarie hanno sempre più bisogno di un tessuto di relazioni sociali che possa garantire e accompagnare tutti quei provvedimenti di legge che non sono praticati, ad esempio la misura degli arresti domiciliari in strutture comunali laddove il detenuto non disponga di una abitazione.

La questione che preoccupa di più è ovviamente quella della sanità, la cui competenza è affidata dal 2008 alle Asl ma il cui passaggio sta avvenendo con estrema lentezza e tra mille difficoltà. Il sovraffollamento, la presenza di molti detenuti tossicodipendenti o malati creano delle situazioni invivibili soprattutto di carattere igienico-sanitario, con cui purtroppo devono fare i conti anche gli agenti di polizia penitenziaria. A tutto ciò si aggiunge la consapevolezza che le misure contenute nel decreto legge 211/2011 convertito in legge lo scorso febbraio non possono risolvere il problema, ma piuttosto costituiscono un primo passo, tenuto conto dei percorsi necessari per l'adeguamento di strutture e di un periodo piuttosto lungo per la messa in pratica di alcune prassi.

La richiesta principale è far sì che anche gli enti locali possano prendere in mano e farsi garanti della vita nelle carceri, perché i detenuti sono cittadini e non possono essere abbandonati. Una soluzione efficace sarebbe la revisione dell'impianto normativo per fare in modo che molte persone colpevoli di reati cosiddetti minori non debbano finire in carcere ma possano essere indirizzati il più verso forme alternative di punizione, come il lavoro socialmente utile, la semilibertà. E tutto questo porterebbe anche a un risparmio sui costi di manutenzione-gestione di istituti carcerari e detenuti. Altra richiesta infine, è quella che anche ai sindaci venga concessa la possibilità di fare delle visite ispettive nelle carceri delle proprie città per verificare le condizioni di vita dei detenuti.

Sovraffollamento, condizioni igieniche precarie, carenza di percorsi di inclusione sociale e di reinserimento nel mondo del lavoro. Sono questi i problemi che affliggono perennemente le carceri italiane e a cui si tenta da decenni di trovare una soluzione, con risultati più o meno incisivi. In questo quadro possono intervenire gli enti locali? In che tempi e con quali modalità possono ricoprire un ruolo determinante? E' possibile riqualificare gli istituti penitenziari e rendere più tollerabile per i detenuti scontare la loro pena? Di questi temi si occuperà il convegno organizzato lunedì prossimo a Firenze da Legautonomie e Forum per il diritto alla salute in carcere.

L'incontro è rivolto ai sindaci, agli amministratori e agli operatori di vari settori con l'obiettivo di individuare i campi d'azione, dal momento che le strutture carcerarie hanno sempre più bisogno di un tessuto di relazioni sociali che possa garantire e accompagnare tutti quei provvedimenti di legge che non sono praticati, ad esempio la misura degli arresti domiciliari in strutture comunali laddove il detenuto non disponga di una abitazione.

La questione che preoccupa di più è ovviamente quella della sanità, la cui competenza è affidata dal 2008 alle Asl ma il cui passaggio sta avvenendo con estrema lentezza e tra mille difficoltà. Il sovraffollamento, la presenza di molti detenuti tossicodipendenti o malati creano delle situazioni invivibili soprattutto di carattere igienico-sanitario, con cui purtroppo devono fare i conti anche gli agenti di polizia penitenziaria. A tutto ciò si aggiunge la consapevolezza che le misure contenute nel decreto legge 211/2011 convertito in legge lo scorso febbraio non possono risolvere il problema, ma piuttosto costituiscono un primo passo, tenuto conto dei percorsi necessari per l'adeguamento di strutture e di un periodo piuttosto lungo per la messa in pratica di alcune prassi.

La richiesta principale è far sì che anche gli enti locali possano prendere in mano e farsi garanti della vita nelle carceri, perché i detenuti sono cittadini e non possono essere abbandonati. Una soluzione efficace sarebbe la revisione dell'impianto normativo per fare in modo che molte persone colpevoli di reati cosiddetti minori non debbano finire in carcere ma possano essere indirizzati il più verso forme alternative di punizione, come il lavoro socialmente utile, la semilibertà. E tutto questo porterebbe anche a un risparmio sui costi di manutenzione-gestione di istituti carcerari e detenuti. Altra richiesta infine, è quella che anche ai sindaci venga concessa la possibilità di fare delle visite ispettive nelle carceri delle proprie città per verificare le condizioni di vita dei detenuti.

FILIPPESCHI: SERVE UNA RIFORMA ORGANICA DEL SISTEMA GIUSTIZIA - 'Dare ai sindaci il diritto di effettuare delle visite nelle carceri sul proprio territorio sarebbe un gesto di riguardo verso le città'. Lo dice all'agenzia di stampa Dire il presidente di Legautonomie e sindaco di Pisa, Marco Filippeschi, spiegando che in questo modo si può 'intervenire in tutto ciò che riguarda le condizioni di vita carceraria'. A questo scopo, 'credo sia un'esperienza molto positiva quella di affidarsi alla figura del garante dei detenuti con l'obbligo di riferire al consiglio comunale che lo ha eletto. Una figura che vigili e consenta di avere un'interlocuzione diretta, un ponte tra il carcere e il mondo esterno. Questo collegamento, oltre alla naturale funzione di garanzia, ci permette di capire meglio quali sono i bisogni sociali dei detenuti, sia per attività di sostegno dentro il carcere con iniziative formative di cui si fanno carico associazioni esterne di volontariato, sia per quel che riguarda progetti per detenuti in semilibertà e percorsi di reinserimento per chi la pena l'ha già scontata'.

Filippeschi, nonostante i tagli e le difficili condizioni economiche in cui versano i comuni, assicura che comunque 'l'impegno degli amministratori locali resta. A Pisa, ad esempio, con un finanziamento europeo abbiamo ristrutturato degli appartamenti destinati a detenuti in semilibertà'. E per la prossima estate il sindaco deve mantenere una promessa: quella di consegnare tre frigoriferi e un condizionatore ai detenuti della casa circondariale Don Bosco. 'Si fa perché serve, anche se chiaramente non è una funzione istituzionale'. In generale, conclude il presidente di Legautonomie, 'occorrerebbe una politica organica di riforma del sistema giustizia. Non si deve più commettere l'errore di prendere provvedimenti fuori da una riforma generale, 'alleggerendo' le carceri senza interventi strutturali: i cittadini, che vogliono una giustizia più rapida e la certezza della pena, non capirebbero'.

IL SINDACO MORI (MONTELUPO FIORENTINO): L'ESEMPIO OPG - L'aspetto è quello di una villa medicea. Dall'esterno niente fa pensare al mondo nascosto tra quelle mura. Un mondo fatto di malattia, disagio, abbandono, trascuratezza. Qui come negli altri sei 'gemelli' sparsi in tutta Italia. E' l'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino, una realtà destinata a scomparire dopo l'approvazione del Dl Severino, che sancisce la chiusura delle strutture entro il 31 marzo 2013, consegnando alle regioni il compito di prendersi cura dei detenuti. 'La situazione qui- spiega all'agenzia Dire il sindaco Rossana Mori, rispecchia quella generale degli istituti penitenziari anche se gli Opg dovrebbero essere anche luoghi di cura, non solo di detenzione'. Il comune, negli ultimi anni si è trovato molto spesso da solo di fronte ad alcune battaglie, come sottolinea lo stesso sindaco ricordando un precedente che ha di fatto chiuso la porta a interventi da parte delle amministrazioni. 'Abbiamo sempre cercato di fare la nostra parte, fino ad arrivare a emettere un'ordinanza per la chiusura di alcune celle fatiscenti dell'Opg. Era diretta all'allora ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ma venne impugnata e il Tar decise che in qualità di sindaco avevo valicato il confine delle cose di cui mi debbo occupare e che la situazione non era quella me rappresentata. Dopo due anni, invece, è stato dimostrato attraverso filmati e ispezioni nella struttura che la situazione era proprio quella denunciata'. E' stato forse in quel momento che 'è stata data un'accelerazione per risolvere il problema e mi sembra che adesso ci sia la volontà di fare in modo che una regione prenda in carico i propri internati, muovendosi attraverso le Asl per le questioni di custodia e cura'. Un percorso già iniziato, visto che 'durante gli ultimi mesi ci sono state diverse dimissioni di persone prese in carico da strutture esterne e indirizzate in un percorso di reinserimento all'interno della società'.

Non si tratta però di una strada semplice e l'arrivo al traguardo 'dipende dalla capacità e dalle risorse che le regioni vorranno destinare a questo problema. Parliamo di persone malate che hanno bisogno di una continua assistenza e molto spesso restano solo i territori a potersene - e doversene - occupare creando una rete di protezione che sappia dare una risposta in termini di salute e sostegno. Ci sono sensibilità e tempistiche diverse, ma l'importante è che non si torni in una situazione di immobilismo che ci ha fatto arrivare a queste conseguenze. Insomma, fa ben sperare la presa di coscienza del problema'. Nel suo comune, spiega Mori spiega, 'ogni abitante ha sempre conosciuto questa realtà: dal 1800 la struttura è stata prima un manicomio e poi un ospedale psichiatrico. Devo dire che c'è un associazionismo civile molto impegnato e negli ultimi anni l'Opg si è anche aperto alla cittadinanza con visite guidate nella parte monumentale della villa medicea. Inoltre ci sono degli internati che spesso escono sul territorio ed è stata costituita una cooperativa sociale formata da normodotati e da internati a cui noi abbiamo affidato la gestione del parco cittadino in cambio di un piccolo salario: in questo modo abbiamo cercato di ricondurre a un quadro di normalità il rapporto tra la cittadinanza e i detenuti dell'Opg. Tra l'altro una delle mie prime inaugurazioni ha riguardato un centro diurno dove molti degli internati passano qualche ora durante le loro giornate, facendo dei lavori, scrivendo, dedicandosi alla rivista che si chiama Spiragli'.

Quella dell'Opg 'è una presenza chiaramente ingombrante che però non ha mai dato problemi di allarme sociale e anzi è integrata con il resto degli abitanti. Il vero problema per me è pensare che nel mio territorio c'è un luogo dove le condizioni di vita sono bassissime e che mi mette a disagio'. Cosa si può fare per migliorare le condizioni di vita dei detenuti, in particolare quelli con malattie mentali? 'Io credo che gli enti locali abbiano pochissime risorse da poter destinare a qualcosa che è fuori dalla propria area di intervento, quindi quello che possiamo fare è sostenere l'associazionismo. Forse dovremmo trovare delle forme attraverso cui gli internati e i detenuti possano dare un senso all'espiazione della loro pena: quindi un lavoro, dare la possibilità di crearsi una professionalità, per alcuni raggiungere un titolo di studio e poter guardare al futuro una volta usciti dal carcere. Tutti modi'- conclude Mori- 'per poter mantenere o riconquistare la dignità, che spesso viene a mancare in luoghi dove la c'è una forte promiscuità e dove si vive con estrema difficoltà, sedati da psicofarmaci o in preda alla propria malattia'.

MARRONI: LE CARCERI SONO UNA RISORSA PER I TERRITORI - 'L'impegno delle amministrazioni locali verso le carceri è molto variegato: ci sono quelle impegnate, che hanno nominato garanti e hanno una grande volontà di fare con risorse e sostegno al volontariato. Poi ci sono anche i casi in cui il disinteresse e l'estraneità al problema sono assoluti, difficili da rimuovere'. Lo dice all'agenzia di stampa Dire il garante per i detenuti della Regione Lazio, Angiolo Marroni. 'Per quanto riguarda il campo d'azione, oltre a intervenire con associazioni o seguire con le Asl l'attività sanitaria del carcere, forse gli enti locali potrebbero occuparsi dei servizi interni al carcere aiutando ad esempio delle cooperative sociali. Ovviamente in alcuni pochi casi, come quello della Regione Lazio, ci sono anche interventi di natura economica destinati per esempio alla manutenzione delle strutture'. Marroni però punta forte su un aspetto che forse è sottovalutato o addirittura non considerato: 'Più che un problema, le carceri sono una risorsa per il territorio perché producono ricchezza per il commercio e per diverse attività economiche. Ma non tutti hanno questa consapevolezza. Senza contare che gli enti locali possono affidare delle attività per il bene comune a cooperative formate da detenuti: una pratica molto comune nel Lazio ma che purtroppo è quasi inesistente al Sud. Le amministrazioni dovrebbero capire che per garantire sicurezza ai cittadini devono fare in modo che chi esce dal carcere non sia ancora ispirato da una logica criminale. Inoltre ci potrebbe essere anche un ritorno economico per le amministrazioni nel momento in cui questi servizi vengono finanziati dalle regioni o dai fondi europei'.

Purtroppo, secondo Marroni, il Paese è ancora lontano da una soluzione radicale del problema. E neanche il decreto Severino approvato il mese scorso sembra portare un reale beneficio. 'Il decreto è comunque utile e dimostra sensibilità da parte del ministro Severino. C'è un vantaggio per l'articolo che riguarda l'entrata e uscita dal carcere di chi vi sosta solo per tre giorni (il cosiddetto fenomeno delle porte girevoli, ndr), ricorrendo per i reati minori ai domiciliari o alle camere di sicurezza di commissariati e caserme. Ma parliamo di tre-quattromila persone all'anno. Un grande passo in avanti, invece, è quello sulla chiusura degli Opg, con le regioni che avranno un anno di tempo per stabilire in quali strutture accogliere i malati delle sei strutture italiane. Per come la vedo io però- conclude Marroni- penso che per cambiare davvero le cose bisogna riformare il codice penale, ridurre la carcerazione, approvare leggi che riducano il carcere come pena esemplare e prevedano misure alternative'.

DI GIOVAN PAOLO: FORSE POSSIAMO SPERARE IN UN PUNTO DI SVOLTA - 'Assistere i comuni che ospitano le carceri vuol dire assistere l'intero Paese'. La pensa così il senatore del Pd Roberto Di Giovan Paolo, presidente del Forum per il diritto alla salute in carcere, secondo il quale 'noi non assegniamo un ruolo ai comuni nella gestione delle carceri ma sappiamo che i 203 comuni sede di carcere svolgono un servizio al Paese tutto ed anche agli altri quasi 8.000 comuni italiani. Sono loro che hanno 'in carico' l'assistenza sociale alle famiglie dei detenuti, ai detenuti stessi quando cercano un domicilio, un lavoro, una opportunità di rientrare nella società civile. Sono loro che cogestiscono le Asl assieme alle Regioni nella programmazione sanitaria e in ottemperanza - che ancora non c'è - alle norme della riforma che hanno reso la sanità penitenziaria non più una sanità a parte ma una componente stessa del servizio sanitario nazionale'.

Con queste motivazioni, sottolinea Di Giovan Paolo, si spiega perché 'lo Stato dovrebbe porsi il problema dei servizi sociali di questi comuni che sopportano un peso maggiore degli altri. Dovrebbe quantomeno permettergli di usare - quando siano comuni virtuosi - i soldi bloccati dal patto di stabilità. Perché impegnarsi nella realizzazione dell'art. 27 della Costituzione che impone il reintegro di questi cittadini nella società civile è un obiettivo di tutti e un investimento da fare al servizio del Paese non solo per motivi morali ma anche per convenienza sociale ed economica'.

I problemi per i territori e per le amministrazioni comunali sono comunque presenti e riguardano 'le necessità del carcere, l'organizzazione dei servizi alle persone private di libertà (ricordo che circa un terzo è in attesa di sentenza definitiva), alle loro famiglie. Avere risorse aggiuntive significa poter pagare le cooperative che lavorano col carcere, fornire sostegno alle associazioni che si dedicano ai temi del carcere per il reintegro, la formazione al lavoro, il contatto col mondo del lavoro stesso. Significa più che altro evitare il danno che i comuni vivono col disperdere energie e sostegno economico in attività che non toccano agli altri quasi 8.000 comuni'.

Di sicuro, i problemi economici e finanziari con cui devono convivere gli enti locali non possono rappresentare un problema per eventuali iniziative. Ma c'è bisogno di impegno per superare le difficoltà. 'I problemi economici sono un problema per l'amministrazione penitenziaria, figuriamoci per i comuni. Se l'amministrazione finanziaria non riesce neppure più a garantire il kit igienico di ingresso e lo fanno la Caritas o altre associazioni, a chi se non al Comune chiederà un sostegno? A chi se non al Comune chiede sostegno l'azienda che, ancora, per moralità forte o impegno sociale decide di utilizzare la definanziata Legge Smuraglia e garantire formazione e lavoro ai detenuti in semilibertà? E' chiaro- ricorda Di Giovan Paolo- che va immaginato uno sforzo per ripartire fondi, per restaurare edifici spesso storici o malmessi, per garantire spese di investimento che altrimenti questi comuni non potrebbero affrontare e che spesso si perdono anche per scarsa coerenza di impegno tra Comuni e Regioni'. C'è però ottimismo. 'Forse si può sperare che siamo ad un punto di svolta: la recente legge di trasformazione del decreto Severino e la ripresa del tavolo della salute da noi auspicato per anni tra Stato, Regioni, ministero della Salute e ministero della Giustizia e dell'Integrazione per quanto concerne affari sociali e tossicodipendenza, ci fa sperare che ci sia una nuova consapevolezza. Il sovraffollamento dei carceri non è un dogma, servono volontà politica e scelte non solo legislative ma di applicazione, come si vede sia per gli Opg e per le detenute madri. Questioni- conclude Di Giovan Paolo- su cui grazie anche al lavoro del Forum della salute in carcere si sta finalmente ponendo mano'.

29 marzo 2012

[Fonte Agenzia Dire: http://www.dire.it/HOME/focus_.php?c=43534&m=3&l=it ]