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08 Ottobre 2012

FOCUS / Più cultura per salvare l'Italia, ora servono scelte coraggiose

ROMA - 'Oggi piu' che in passato abbiamo bisogno di piu' politiche delegate al territorio per sfruttare il patrimonio culturale italiano. Facciamo valere i buoni esempi che vengono dalle regioni e dai comuni italiani'. Così il presidente di Legautonomie e sindaco di Pisa Marco Filippeschi. Come conferma Federculture nell'ultimo rapporto, nel 2011 sono cresciuti sia i consumi che la domanda di cultura: la spesa delle famiglie italiane ha raggiunto i 70,9 miliardi di euro ed e' aumentata del 2,6% rispetto al 2010. E la stessa voce di spesa ha tenuto anche durante la crisi: tra il 2008 e il 2011 e' cresciuta del 7,2%. Bene nel 2011 anche musei e mostre nei siti statali, dove sono entrati oltre 40 milioni di visitatori, il 7,5% in piu' dell'anno passato.

Cultura uguale sviluppo, quindi. Le famiglie sono disposte a spendere piu' che in altri settori, anche quelli del vestiario e degli alimentari, fermi rispettivamente a +1,3% e +1,2%, a fronte del +2,6% registrato nel settore culturale. Ma, rileva il Rapporto annuale di Federculture, nell'ultimo decennio gli italiani vanno di piu' a teatro (+17,7%), ascoltano concerti di musica classica (+11%) e visitano siti archeologici e monumenti (+6%). Per quanto 'non devono essere sottovalutati i segnali della congiuntura economica negativa - nell'ultimo anno la fruizione teatrale e' calata del 2,7% e quella dei concerti del 2,8% - quello culturale rimane un comparto dinamico'. Eppure, secondo il Rapporto, negli ultimi dieci anni il bilancio nel Mibac e' diminuito del 36,4%, arrivando nel 2011 a 1.425 milioni di euro contro i 2.120 del 2001. In rapporto al bilancio totale dello Stato, lo stanziamento per la cultura ne rappresenta solo lo 0,19%, mentre e' appena lo 0,11% del Pil.

FILIPPESCHI - 'Se si pensa alle performance del ministero delle politiche culturali, in questi anni abbiamo assistito al punto piu' basso delle sue attivita'. Oggi piu' che in passato abbiamo bisogno di piu' politiche delegate al territorio per sfruttare il patrimonio culturale italiano'. Cosi' Marco FIlippeschi, sindaco di Pisa e presidente di Legautonomie.

Sindaco c'e' chi accusa gli Enti locali di non essere stati capaci di sfruttare adeguatamente il potenziale economico dell'industria culturale e della salvaguardia del territorio e chiede a gran voce un ritorno ad una presenza forte dello Stato, lei cosa ne pensa? 'Io ribalto il ragionamento: facciamo valere i buoni esempi che vengono dalle regioni e dai comuni italiani, che hanno consentito di sviluppare il territorio legandolo a notevoli risparmi. Un ritorno al centralismo statale, in questo campo, sarebbe sbagliato e certo il clima che si respira in Italia certo non aiuta. Se si pensa poi alle performance del ministero delle politiche culturali, in questi anni abbiamo assistito al punto piu' basso delle sue attivita'. Tra comuni e ministero, sulla riqualificazione del partimonio culturale, ci sono partite aperte da vent'anni nelle quali ancora gli Enti locali non hanno avuto risposte. Quindi, in realta', oggi piu' che in passato abbiamo bisogno di piu' politiche delegate al territorio'.

Pero' questo del potenziale turistico non sfruttato, e' un vecchio tormentone del Belpaese, come si inverte la rotta? 'Bisogna distinguere. Certo se si parla di regolamenti generali, di renderli piu' stringenti per gli Enti locali io ci sto. Non bisogna avere paura di avere vincoli piu' ferrei, ma non si puo' pensare di far rinascere il territorio senza delegarlo a chi il territorio lo conosce e l'amministra tutti i giorni'.

Ma da cosa bisognerebbe partire per rendere il patrimonio artistico e territoriale una vera e propria industria, capace di competere anche con i vicini Paesi europei? 'Innanzitutto rivedendo ed affacciandosi sempre di piu' alle opportunuta' che da' l'Unione europea. Noi, dei 40 milioni d'investimento che stiamo facendo per il patrimonio culturale di Pisa, ben 24 li abbiamo ottenuti con un finanziamento europeo. E poi pensa al progetto delle smart city, un treno che le citta' italiane non devono assolutamente lasciarsi scappare per essere competitive in un contesto globalizzato'.

Molti in un periodo di spending review e di lotta agli sprechi puntano il dito contro le Regioni: l'idea che ognuna abbia una sede all'estero, come un'ambasciata del turismo, sembra un inutile spreco... 'Ok con la lotta agli sprechi, sono ovviamente sempre d'accordo. Ma alcune Regioni hanno bisogno di intensificare la propria identita' all'estero. La sobrieta' va bene ma non vedo cosa c'entri con la scelta' di obiettivi turistico-strategici che le singole realta' perseguono. Il punto e' un altro e cioe' che bisognerebbe distinguere tra amministrazioni virtuose e non, tra chi spreca e chi non lo fa. Se un amministrazione e' virtuosa ben venga per lei la possibilita' di sperimentare e di incentivare le sue attivita' di ricerca, promozione e innovazione sulla salvaguardia e la promozione di prodotti legati all'attivita' culturale e alla promozione del territorio'.

GROSSI (FEDERCULTURE) A MONTI E PASSERA: SERVE CORAGGIO - 'Superare pigrizia, superficialità e indifferenza'. Per scegliere la cultura e una programmazione che ci porti verso il futuro grazie a un patrimonio troppo spesso dimenticato, o peggio dato per scontato, che consideriamo purtroppo 'come un problema quando crolla una trave di Pompei e non abbiamo i soldi per rimetterla a posto'. E' l'appello che Roberto Grossi, presidente di Federculture, lancia per affrontare la crisi ripartendo dai territori, dalle piccole realtà locali che però hanno secoli di storia e tanto ancora da offrire al nostro Paese.

'La storia dell'Italia- spiega all'agenzia Dire- sono le sue città e le città sono la cultura. Non si può leggere la nostra storia e il nostro presente senza considerare i territori, senza affrontare ciò che succede a Palermo, Spoleto, Roma, Torino... E questo all'estero non succede. Qui la realtà è molto frammentata, lo sviluppo civile, sociale ed economico è passato attraverso le città e così è per la cultura. Pensiamo all'impero che prende il nome di Roma: l'impero francese non ha il nome di Parigi, quello britannico non ha il nome di Londra. E potremmo citare anche le Repuppliche marinare'. A volte proprio la crisi è stata presa come alibi, come giustificazione per un blocco degli investimenti, ma Grossi spiega che 'uno degli elementi della crisi che stiamo vivendo consiste nel depauperamento dei territori, le città si sono indebolite da un punto di vista economico perché l'investimento sul loro sviluppo sta diminuendo sensibilmente. E come risultato, le città rischiano di perdere la loro peculiarità: Venezia corre il rischio di diventare una Disneyland e attrarre solo turismo di massa, e per fortuna che c'è la Biennale. Napoli rischia di essere ricordata per l'immondizia, Roma per il caos o per i centurioni, Pompei per i crolli. Il punto è che i fasti del passato che hanno reso grandi e famose le nostre città, e attraverso esse l'Italia, richiedono di nuovo un reinvestimento non solo finanziario ma di centralità culturale. Non possiamo pensare solo al cemento, è necessario dare spazio all'innovazione culturale. Pensiamo a quello che è successo nella Capitale negli ultimi anni: l'apertura dell'Auditorium, del Maxxi, del Macro, della Pelanda e i vari festival che l'hanno resa dinamica e moderna'. La colpa, per il presidente di Federculture, è delle 'leggi che abbiamo fatto, dei finanziamenti che abbiamo centralizzato e di norme che non hanno valorizzato l'innovazione, di scelte che non hanno favorito la produzione di offerta culturale. Tutto questo ci ha portato a fare dei passi indietro anche a livello internazionale'. E se l'Italia vuole ripartire, deve farlo 'dalle città. Se dovessi dire una cosa a Passera a Monti, direi: va bene uno Stato centrale che ridefinisca regole principali, che faccia riforme sul lavoro, che affronti temi generali come fiscalità, istruzione e ricerca. Però poi bisogna sviluppare delle politiche di sviluppo territoriale per dare attenzione e giusto spazio a ogni singola realtà. Dobbiamo tornare a essere competitivi sulla produzione e sull'innovazione culturale'. Per Grossi è così che si 'genera occupazione, si attirano capitali: facendo gestione e programmazione. Per questo è scandaloso che nel nostro Paese non ci sia un tavolo per l'industria culturale e creativa, come in tutti i Paesi d'Europa'. Dobbiamo capire che 'oggi il processo per dare benessere ai cittadini attraverso la cultura è rallentato. E attenzione perché rischiamo di ritrovarci con città più brutte e spente, con monumenti 'morti' che non generano sviluppo e lavoro. Con la cultura invece si innalza la qualità della vita dal centro fino alle periferie, si punta sul turismo, creiamo valore sociale. La cultura può farci stare bene in ogni luogo, in ogni strato sociale, e può farci crescere come nessun altro settore'. L'ultimo appello di Federculture è quasi una previsione: 'Va bene la spending review, va bene stringere tutti insieme la ciinghia, ma bisogna avere il coraggio di selezionare e non tagliare trasversalmente. Sono convinto che questa crisi metterà a nudo gli sprechi e ci costringerà a rivedere le scelte fatte finora, le logiche e le strategie. Scegliamo di ripartire dalla cultura'.

COLASIO (Padova) - 'Il governo territoriale, non va visto sotto lenti d'ingrandimento generalizzanti: per un consigliere che si chiama 'Batman' puoi distruggere l'identita' di un Paese?'. Cosi' Andrea Colasio, assessore alla cultura di Padova, fa il punto sul rapporto comuni, territorio e beni culturali, in un'intervista alla Dire.

Assessore spesso nel nostro Paese, soprattutto in periodi di recessione, si parla della valorizzazione della cultura e del territorio, come un potenziale di rilancio economico fortissimo e non sfruttato. Cosa la blocca? 'Il problema e' che ancora non c'e' una totale competenza locale su queste politiche. Lo Stato si dovrebbe limitare a varare delle regole comuni e intervenire poi per quanto riguarda il marketing con l'estero. Certamente non possiamo andare in Cina con venti regioni diverse, ma pensare che centralizzare tutto sia buono e delegare agli enti locali sia solo uno spreco, e' assurdo'.

A proposito, Galli della Loggia, sul Corriere della Sera, sostiene che la colpa della poca valorizzazione del nostro territorio e' 'dell' l'infausta modifica federalista del titolo V della Costituzione' e il frutto 'della pessima qualita'' delle classi politiche degli Enti locali... 'Stimo molto Galli della Loggia come storico, ma come politico e' un disastro, dimostrando di non conoscere certe dinamiche.

In Spagna e in Germania, stati con i quali spesso si fa il paragone e che hanno flussi turisti maggiori, la gestione dei beni culturali e' delocalizzata. La stessa Francia statalista lo e'. Adesso poi, con la crisi, si pensa che gli enti locali siano tutti uno spreco ma il governo territoriale, non va visto sotto lenti d'ingrandimento generalizzanti: per un consigliere che si chiama 'Batman' puoi distruggere l'identita' di un Paese? Certo lo Stato, come dicevo, dovrebbe varare degli standard di regole univoche e cambiare le forme fiscali...'

Si puo' rendere fiscalmente attraente la cultura del territorio? 'Beh, certamente molto di piu' di quanto lo e' adesso. Mettiamo ad esempio l'otto per mille, se nel cedolino invece che la dicitura generica di 'Stato', che il cittadino in questo periodo di antipolitica non finanziera' mai, ci fosse scritto 'valorizzazione dei beni culturali', io credo che molti piu' cittadini avrebbero interesse a lasciare un contributo. Quello fiscale e' un primo passo, poi oltre a delle regole comuni lo Stato non dovrebbe fare niente anche per i segnali di scarso interesse che da' continuamente nel campo culturale'.

Quali segnali? 'Beh, basta vedere il silenzio di Ornaghi sul suo ministero. Pare che dorma, si vede che non era una carica adatta a lui. E, in generale, se passasse l'idea che la miriade di storie identitarie del nostro Paese fossero gestite solo da Roma, sarebbe devastante'.

PALMIERI (PDL) - 'Ha ragione Galli della Loggia. La riforma del titolo V, passata con quattro voti di scarto, e' stata una pessima scelta per il nostro Paese anche in questo campo'. Cosi' Antonio Palmieri, deputata Pdl in commissione Cultura alla Camera, dice la sua sul rapporto Enti locali/cultura/territorio.

Galli della Loggia accusa gli Enti locali di non essere stati capaci di sfruttare adeguatamente il potenziale economico dell'industria culturale... 'Ha ragione. La riforma del titolo V, passata con quattro voti di scarto, e' stata una pessima scelta per il nostro Paese, come dimostra l'enorme quantitativo di contenziosi tra Stato e Regioni in tutti i campi. Noi volevamo porre rimedio a questa situazione ma purtroppo il referendum non passo''.

Pero', questo del potenziale turistico non sfruttato, e' un vecchio tormentone del Belpaese, come si inverte la rotta? 'La rotta si inverte con il lavoro di tutti. Ma soprattutto dal basso. Intendo dire che piu' che nuove regolamentazioni, ci vorrebbe un aggiornamento e una spinta propositiva dagli operatori turistici, le nuove tecnologie e i sistemi digitali non sono ancora sfruttati come si deve. adesso con il portale Italia.it, stiamo cercando di dare un contributo, ma rimane ancora un problema di fondo di mentalita''.

Cioe'? 'Intendo dire che proprio la sciagurata cultura autonomista che c'e' storicamente nel nostro Paese, non aiuta a fare sistema, ad avere una visione sinergica globale che poi si declina nelle singole possibilita' di fruizione territoriale e culturale. Questo fattore, e il problema dell'accessibilita' concreta al territorio, sono punti imprescindibili per il rilancio del Paese'.

COSCIA (PD) - 'La verita' e' che siamo in una fase dove va di moda criticare il federalismo. Succede in una fase di crisi economica in cui si chiede una forte spending review da parte della politica. Ma questa voglia di centralismo non c'entra niente con la valorizzazione della cultura e del territorio'. Cosi' Maria Coscia, deputata Pd in commissione Cultura alla Camera.

Onorevole c'e' chi chiede a gran voce il ritorno ad una presenza forte dello Stato per valorizzare il patrimonio culturale... 'La verita' e' che siamo in una fase dove va di moda criticare il federalismo. Succede in una fase di crisi economica in cui si chiede una forte spending review da parte della politica. Ma questa voglia di centralismo non c'entra niente con la valorizzazione della cultura e del territorio. In realta' abbiamo numerosi esempi positivi che dimostrano che un impegno diffuso in questo senso, viene sempre di piu' dal basso e cioe' dalle amministrazioni comunali. Certo a volte ci sono amministrazioni piu' attive e altre meno, penso al comune di Roma, che nella passata amministrazione ha dato prova di incentivare tantissimo il patrimonio e il territorio della Capitale, cosa che si e' persa con l'attuale amministrazione.' La cultura e' anche un'industria... 'Un'industria importante, che produce occupazione. Da questo punto di vista ci vorrebbe un salto di qualita'. Un esempio? Affrontare per bene e una volta per tutte la questione degli investimenti privati che vanno incentivati senza ombra di dubbio. Penso ad esempio alle recenti polemiche sulla ristrutturazione del Colosseo, discorsi che non fanno bene e devono essere superati: dobbiamo riuscire a coinvolgere il piu' possibile investitori privati per valorizzare il nostro patrimonio culturale'.

4 ottobre 2012

http://www.dire.it/HOME/focus_.php?c=46375&m=3&l=it