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Società partecipate Consiglio dei Ministri

17 Marzo 2017

Intesa Governo-Regioni su partecipate

Via libera alla possibilità per le partecipate pubbliche di concorrere a gare fuori confine. Lo prevede l'intesa sul decreto partecipate bis tra Governo, Regioni e Comuni, secondo quanto riferito al termine della Conferenza unificata straordinaria. C'è quindi il sì ai così detti Comuni 'spa', ma l'opportunità di prendere parte a bandi extraterritoriali verrà riconosciute solo a società che non risultano in perdita. Nell'intesa si prevedono anche tre mesi in più per mettere a punto i piani sui tagli, che non riguarderanno le società che gestiscono i casinò. La ricognizione straordinaria per l'eliminazione per le società fuori target viene prorogata dal 30 giugno al 30 settembre. La determinazione della nuova scadenza deriverebbe dai tempi tecnici necessari per l'entrata in vigore del provvedimento correttivo, che ora dovrà ottenere anche i pareri parlamentari. Ieri, dunque, la Conferenza unificata ha dato l’intesa ai decreti correttivi della riforma Madia sulle società pubbliche e sui licenziamenti sprint per gli assenteisti colti in flagrante a timbrare l’entrata e disertare l’ufficio. A rendere necessari i correttivi, si ricorderà, è la sentenza 251/2016 della Corte costituzionale, che ha imposto appunto l’«intesa» e non il più semplice «parere» di Regioni ed enti locali quando i decreti attuativi interessano le loro competenze.  Sull’ anti-assenteismo si è trattato nei fatti di un passaggio formale, che non ha modificato l’obbligo di sospendere in 48 ore e licenziare in 30 giorni i falsi timbratori, mentre sulle partecipate il rimbalzo offerto dalla Corte costituzionale ha riaperto il confronto politico sui contenuti dei piani di razionalizzazione che, in base agli slogan iniziali, avrebbero dovuto ridurre «da 8mila a mille» le società pubbliche. Proroghe e soglie minime di fatturato: La prima conseguenza pratica è nella catena delle proroghe per l’avvio vero e proprio dei tagli. I piani di «razionalizzazione», che avranno poi un anno di tempo per essere attuati con la dismissione o la chiusura delle partecipate fuori regola, andranno approvati entro il 30 settembre. La scadenza scritta nel decreto originario era il 23 marzo, giovedì prossimo, ma è diventata ingestibile per la sentenza costituzionale e il conseguente riavvio della discussione sui parametri per individuare le partecipazioni da chiudere. Nel correttivo approvato in prima lettura si è quindi indicata la data del 30 giugno, che però in oltre mille Comuni si sarebbe incrociata con le elezioni, e ieri il calendario è slittato ancora fino al 30 settembre. Una soluzione ponte (anche se non arriverà in tempo in Gazzetta Ufficiale) eviterà la sanzione che blocca i diritti sociali degli enti che non scrivono i piani di razionalizzazione entro il 23 marzo, cioè entro la scadenza indicata nell’unico decreto oggi formalmente in vigore.  Governo e amministratori hanno poi deciso di chiarire l’intrico normativo sul tema aprendo alle società locali le gare su tutto il territorio nazionale nei «servizi di interesse economico generale a rete» (trasporti, igiene urbana, energia eccetera). La mossa è stata chiesta con insistenza soprattutto dai Comuni, con l’obiettivo di evitare penalizzazioni rispetto ad altri operatori di mercato (per esempio nel trasporto locale, dove il confronto si giocherà anche con grandi operatori stranieri), riguarda le aziende che hanno già vinto una gara, perché l’apertura non potrà essere utilizzata dai titolari di affidamenti diretti. Le in house hanno infatti un 20% di attività “libera”, che però deve essere collegata a «economie di scala o altri recuperi di efficienza sul complesso dell'attività principale della società», cioè sull’affidamento ottenuto in via diretta. La terza novità di peso riguarda invece l’abbassamento delle soglie minime di fatturato necessarie a sopravvivere alla tagliola. Il livello minimo viene abbassato a 500mila euro fino al 2019, mentre dal 2020 bisognerà raggiungere il milione. Le mini-aziende a rischio, quindi, hanno tre anni di tempo per crescere o aggregarsi ed evitare così la «razionalizzazione». L’obbligo di abbandonare le partecipate che hanno chiuso in rosso quattro degli ultimi cinque bilanci, infine, esclude le case da gioco, con una mossa che permette in particolare alla Valle d’Aosta di salvare il casino di Saint Vincent (ma i conti sono in crisi anche a Campione d’Italia, Sanremo e Venezia).