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22 Febbraio 2018

Giacomelli: "Con Internet ultraveloce territori più vicini. Decisivo il ruolo dei comuni"

Articolo a firma di Antonello Giacomelli, Sottosegretario di Stato al ministero dello Sviluppo Economico, per Legautonomie.it -  Oggi che la costruzione di una rete moderna e ultraveloce è alla portata di tutti i comuni, sembra impossibile pensare come appena qualche anno fa il ritardo infrastrutturale in tema di banda ultralarga apparisse incolmabile; che il paese fosse diviso tra chi aveva opportunità e chi non ne aveva. Eppure, ancora nel 2014, le statistiche ci inchiodavano fanalino di coda in Europa. Gli scarsi investimenti di chi immaginava di poter lucrare su una rendita di posizione, la scelta prevalente dei privati di prolungare la vita della rete in rame e l’assenza di una strategia nazionale anche a livello pubblico ci condannavano a restare un paese arretrato sul fronte della connettività e, quindi, dello sviluppo delle politiche digitali. A Bruxelles, senza una strategia nazionale, le Regioni procedevano in ordine sparso.

Dalla consultazione pubblica tra tutti gli operatori Tlc, lanciata all’indomani dell’insediamento del governo Renzi per capire dove i privati intendessero realizzare una rete ultraveloce, è emerso con chiarezza che su 8mila comuni italiani le aree in cui non investiva nessuno, dette a fallimento di mercato, sarebbero state quelle di 7.700 comuni. La quasi totalità. Se si fosse lasciato fare unicamente agli operatori il paese sarebbe stato a due velocità: le grandi città avrebbero garantito opportunità ad aziende e giovani, ma anche servizi innovativi ai cittadini, mentre il resto del paese sarebbe rimasto indietro.

Per garantire a tutti l’universalità del servizio e le stesse opportunità, abbiamo deciso nel marzo del 2015 di intervenire con un piano strategico nazionale, ambizioso e sfidante imponendo, anche a chi era riluttante, di misurarsi con le priorità del paese e cambiare passo. Con l’obiettivo di realizzare una rete pubblica là dove i privati non erano intenzionati ad  intervenire, il governo ha deciso di investire 7 miliardi di euro: il più alto investimento pubblico mai stanziato per le infrastrutture di telecomunicazioni non solo in Italia ma anche in Europa. E, questo, non sarebbe stato possibile senza il coinvolgimento delle Regioni. Devo dare atto a tutte le Regioni, a cominciare da quelle del Sud, che rientrano nell’Obiettivo1, di aver avuto la lungimiranza di accettare questa scommessa e la generosità di mettere in comune i finanziamenti comunitari a loro disposizione.

Con le risorse dello Stato e delle Regioni è stato così finanziato un piano nazionale che riguarda 7.700 comuni, 13 milioni di cittadini, più di 8 milioni di unità immobiliari. Un piano che garantisce uno sviluppo unitario del paese e che ha messo l’Italia in condizione di recuperare il ritardo sugli obiettivi europei. Oggi il traguardo è vicino tanto che entro il 2020 sarà garantita la banda ultralarga a tutti, con connessioni ultraveloci per almeno l’85% della popolazione. E, questo, perché i governi Renzi e Gentiloni  hanno creduto fin dall’inizio che l’accesso a Internet con una rete a prova di futuro doveva essere un diritto di cittadini e imprese tanto da costituire il vero moderno servizio universale. Un servizio che, a mio avviso, è possibile solo attraverso una rete a controllo pubblico in grado di assicurare a tutti parità effettiva di sviluppo.

Dopo due bandi di gara, che hanno coinvolto 16 Regioni e la Provincia autonomia di Trento, e l’avvio dei lavori da parte del soggetto vincitore che realizzerà la rete, oggi la fibra bussa direttamente alla porta di cittadini e imprese attraverso il fattivo coinvolgimento delle amministrazioni comunali. Non mi nascondo affatto che questo è un passaggio cruciale a cui lavoriamo da quattro anni e che per questo è fondamentale agevolare e accompagnare la realizzazione della rete pubblica, incentivando l’azione dei comuni nella realizzazione delle infrastrutture digitali e sostenendo le imprese a diffondere e utilizzare i servizi digitali. Lo sforzo che si chiede alle amministrazioni è duplice: da un lato, accelerare i tempi dei permessi per la posa dei cavi e, dall’altro, far viaggiare sulla fibra servizi per cittadini e imprese. Una doppia sfida sia in termini di informazione al fine di far crescere la domanda, sia a sostegno dei lavori di infrastrutturazione e realizzazione dei servizi per potenziare l’offerta.

In questo quadro si inseriscono i due progetti voluti da Mise, quello di  Crescita digitale di Legautonomie e Ultranet di Unioncamere,  che dovranno supportare l’azione di comuni e imprese. In particolare, la nuova piattaforma digitale informativa predisposta da Legautonomie consente al personale dei comuni di gestire le attività necessarie alla realizzazione delle infrastrutture digitali. Si tratta di un compito delicato, quello affidato ai comuni, chiamati ad avere un ruolo decisivo per la creazione di condizioni ottimali per lo sviluppo del Piano Banda ultralarga. Un piano che, prima di tutto, punta ad avvicinare i territori, garantendo loro lo stesso diritto di accesso alla rete e di sviluppo.

Fermo restando che la costruzione di un’infrastruttura strategica a controllo pubblico è condizione imprescindibile per garantire il servizio universale, occorre guardare avanti. La fibra è un fattore essenziale per lo sviluppo del 5G e l’Italia ha un vantaggio acquisito nell’ultimo anno sugli altri paesi europei nella sperimentazione del 5G che deve essere mantenuto. In questi mesi, lungo quella autostrada moderna oggi rappresentata da Internet ultraveloce, occorre sperimentare i servizi in 5G investendo nel rapporto tra università e imprese per intercettare le esigenze dei territori, accrescere le competenze digitali e la capacità della pubblica amministrazione e delle aziende di sfruttare le possibilità che si presentano. La realizzazione di un’unica rete 5G a controllo pubblico potrebbe rappresentare un nuovo traguardo.