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25 Maggio 2018

Enti locali fuori dal contratto

di Antonio Misiani* Gli enti locali sono i grandi assenti nel "Contratto" di governo siglato da Luigi di Maio e Matteo Salvini. Nelle cinquantotto pagine del documento c'è spazio per un po' di tutto: dalla flat tax al reddito di cittadinanza, fino agli impianti sportivi e al bike sharing. 

Tutto, tranne un capitolo specificamente dedicato ad un insieme di enti - 7.954 comuni, 107 province, 20 regioni - che la Costituzione pone su un piano di parità con lo Stato e a cui affida la gestione di una parte fondamentale dei servizi e delle politiche pubbliche. Eppure da almeno uno dei due contraenti - la Lega - era lecito attendersi una certa attenzione, visto il DNA "federalista" del movimento guidato da Salvini. Come non detto. Nulla su comuni ed enti di area vasta, nulla anche sull'autonomia differenziata delle regioni, oggetto dei referendum consultivi di Lombardia e Veneto e di una proposta dell'Emilia Romagna. Le uniche citazioni del Contratto sugli enti locali riguardano l'abolizione della tassa di soggiorno, la trasparenza delle operazioni in derivati, la gestione dei centri di accoglienza, le politiche per la famiglia e, per l'appunto, i fondi per gli impianti sportivi.

Le questioni aperte, però, sono numerose. E il nuovo governo, Contratto o non Contratto, sarà chiamato presto a dare risposte concrete.

Le manovre finanziarie degli ultimi tre anni hanno posto fine alla stagione dei tagli dei trasferimenti erariali ai comuni. La tensione sui bilanci di parte corrente sta però aumentando, per effetto da una parte dell'armonizzazione contabile (la cui attuazione ha "congelato" quote crescenti delle spese correnti dei comuni) e dall'altra del reiterato blocco dell'autonomia impositiva. Poiché i margini di spending review si stanno via via esaurendo, è necessario assumere decisioni su tre fronti.

Il primo è la fiscalità comunale. Le aliquote vanno sbloccate ma va individuato un meccanismo che eviti eccessivi inasprimenti della pressione fiscale locale. Va poi riorganizzato il sistema delle imposte, sciogliendo alcuni nodi rimasti aperti dopo l'abolizione della TASI sulle abitazioni principali. Uno tra tutti, la riforma del Catasto, il cui grado di iniquità non è più accettabile.

Il secondo fronte è la perequazione. La progressiva applicazione dei costi e delle capacità fiscali standard è condivisibile in linea di principio ma discutibile per come si è tradotta nel concreto, generando a macchia di leopardo situazioni paradossali. Un "tagliando" della metodologia (con una correzione delle disfunzioni più macroscopiche) sarebbe utile e opportuno.

Il terzo punto è la riforma della riscossione, un nodo sempre più urgente alla luce della progressiva implementazione del fondo crediti di dubbia esigibilità previsto dalla nuova contabilità.

Gli investimenti delle autonomie locali sono un ulteriore, grande capitolo da affrontare. Il governo uscente ha fatto molto per sbloccarli, destinando a questo scopo consistenti fondi aggiuntivi e spazi finanziari. La mancata ripresa della spesa in conto capitale non è però (soltanto) una questione di risorse. Ciò su cui è necessario intervenire sono le procedure (correggendo le criticità applicative del nuovo codice degli appalti) e la capacità di progettazione degli enti (indebolita da anni di blocco del turnover del personale).

Province e città metropolitane sono rimaste in mezzo al guado tra la riforma Delrio e la bocciatura della riforma costituzionale. Dal punto di vista strettamente finanziario la situazione è stata (quasi) stabilizzata. La nuova legislatura dovrebbe diventare la sede per un robusto tagliando della legge 56 del 2014, aggredendo anche il nodo irrisolto della gestione associata delle funzioni fondamentali dei comuni. I prossimi mesi dovrebbero essere decisivi anche per l'attuazione della legge Realacci per i piccoli comuni e il rilancio della Strategia nazionale per le aree interne.  

Dulcis in fundo, la semplificazione. Gli anni dell'emergenza finanziaria ci hanno lasciato in eredità una congerie inestricabile di norme e normette che hanno un impatto risibile sui conti pubblici ma straordinariamente soffocante sull'autonomia degli enti locali. Alcuni di questi vincoli sono stati rimossi nella fase finale della scorsa legislatura. Ne rimangono parecchi. Bene ha fatto ANCI a lanciare una proposta di legge per rimuovere gli ostacoli normativi che frenano l'azione dei sindaci (un tema su cui il sottoscritto nella scorsa legislatura aveva presentato una specifica proposta di legge).

Di carne al fuoco, insomma, ce ne sarebbe tanta.

Il Contratto, su tutto questo, tace. Speriamo che il nuovo governo ritrovi rapidamente la parola.

 

*Componente Commissione speciale per l'esame degli atti urgenti presentati dal Governo –  Senato e presidenza Legautonomie

Tutto, tranne un capitolo specificamente dedicato ad un insieme di enti - 7.954 comuni, 107 province, 20 regioni - che la Costituzione pone su un piano di parità con lo Stato e a cui affida la gestione di una parte fondamentale dei servizi e delle politiche pubbliche. Eppure da almeno uno dei due contraenti - la Lega - era lecito attendersi una certa attenzione, visto il DNA "federalista" del movimento guidato da Salvini. Come non detto. Nulla su comuni ed enti di area vasta, nulla anche sull'autonomia differenziata delle regioni, oggetto dei referendum consultivi di Lombardia e Veneto e di una proposta dell'Emilia Romagna. Le uniche citazioni del Contratto sugli enti locali riguardano l'abolizione della tassa di soggiorno, la trasparenza delle operazioni in derivati, la gestione dei centri di accoglienza, le politiche per la famiglia e, per l'appunto, i fondi per gli impianti sportivi.

Le questioni aperte, però, sono numerose. E il nuovo governo, Contratto o non Contratto, sarà chiamato presto a dare risposte concrete.

Le manovre finanziarie degli ultimi tre anni hanno posto fine alla stagione dei tagli dei trasferimenti erariali ai comuni. La tensione sui bilanci di parte corrente sta però aumentando, per effetto da una parte dell'armonizzazione contabile (la cui attuazione ha "congelato" quote crescenti delle spese correnti dei comuni) e dall'altra del reiterato blocco dell'autonomia impositiva. Poiché i margini di spending review si stanno via via esaurendo, è necessario assumere decisioni su tre fronti.

Il primo è la fiscalità comunale. Le aliquote vanno sbloccate ma va individuato un meccanismo che eviti eccessivi inasprimenti della pressione fiscale locale. Va poi riorganizzato il sistema delle imposte, sciogliendo alcuni nodi rimasti aperti dopo l'abolizione della TASI sulle abitazioni principali. Uno tra tutti, la riforma del Catasto, il cui grado di iniquità non è più accettabile.

Il secondo fronte è la perequazione. La progressiva applicazione dei costi e delle capacità fiscali standard è condivisibile in linea di principio ma discutibile per come si è tradotta nel concreto, generando a macchia di leopardo situazioni paradossali. Un "tagliando" della metodologia (con una correzione delle disfunzioni più macroscopiche) sarebbe utile e opportuno.

Il terzo punto è la riforma della riscossione, un nodo sempre più urgente alla luce della progressiva implementazione del fondo crediti di dubbia esigibilità previsto dalla nuova contabilità.

Gli investimenti delle autonomie locali sono un ulteriore, grande capitolo da affrontare. Il governo uscente ha fatto molto per sbloccarli, destinando a questo scopo consistenti fondi aggiuntivi e spazi finanziari. La mancata ripresa della spesa in conto capitale non è però (soltanto) una questione di risorse. Ciò su cui è necessario intervenire sono le procedure (correggendo le criticità applicative del nuovo codice degli appalti) e la capacità di progettazione degli enti (indebolita da anni di blocco del turnover del personale).

Province e città metropolitane sono rimaste in mezzo al guado tra la riforma Delrio e la bocciatura della riforma costituzionale. Dal punto di vista strettamente finanziario la situazione è stata (quasi) stabilizzata. La nuova legislatura dovrebbe diventare la sede per un robusto tagliando della legge 56 del 2014, aggredendo anche il nodo irrisolto della gestione associata delle funzioni fondamentali dei comuni. I prossimi mesi dovrebbero essere decisivi anche per l'attuazione della legge Realacci per i piccoli comuni e il rilancio della Strategia nazionale per le aree interne.

Dulcis in fundo, la semplificazione. Gli anni dell'emergenza finanziaria ci hanno lasciato in eredità una congerie inestricabile di norme e normette che hanno un impatto risibile sui conti pubblici ma straordinariamente soffocante sull'autonomia degli enti locali. Alcuni di questi vincoli sono stati rimossi nella fase finale della scorsa legislatura. Ne rimangono parecchi. Bene ha fatto ANCI a lanciare una proposta di legge per rimuovere gli ostacoli normativi che frenano l'azione dei sindaci (un tema su cui il sottoscritto nella scorsa legislatura aveva presentato una specifica proposta di legge).

Di carne al fuoco, insomma, ce ne sarebbe tanta.

Il Contratto, su tutto questo, tace. Speriamo che il nuovo governo ritrovi rapidamente la parola.