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codice appalti Comuni

04 Giugno 2018

Il Codice appalti non piace ai Comuni

Il Codice appalti non soddisfa i comuni, soprattutto quelli più piccoli che lamentano scarsa semplificazione e difficoltà nel  fare ricorso alle centrali uniche appaltanti. Con il risultato che, lungi dal riordinare la materia delle gare pubbliche in ottica trasparenza, il dlgs 50/2016 ha prodotto procedure farraginose che hanno causato la mancata ripresa degli investimenti. È quanto emerge da un’indagine di Legautonomie che a circa due anni dall’approvazione del nuovo Codice dei contratti pubblici ha somministrato agli enti locali un questionario con l’obiettivo di cogliere le valutazioni degli operatori. Al questionario hanno risposto 134 comuni e 2 unioni di comuni, prevalentemente del Nord.  

Gli enti si sono lamentati soprattutto delle Centrali uniche appaltanti: il 47% degli intervistati ritiene, infatti, l’esperienza positiva a fronte di un 42% che la ritiene negativa. «Si coglie», ha osservato Marco Filippeschi, presidente di Legautonomie, «in lettura combinata con la richiesta di supporti esterni o di completa esternalizzazione delle procedure di gara, una criticità del nuovo codice: la sfiducia. Sfiducia dei comuni, sottoposti al controllo dell’Anac, le cui funzioni non hanno migliorato il quadro di riferimento, e sfiducia negli operatori economici, anch’essi soggetti a una serie infinita di controlli in sede di gara».

L’indagine fa emergere anche un altro dato: la richiesta di aiuto nei confronti degli enti di minore dimensione demografica, spesso in difficoltà con le nuove procedure. Un ausilio che, secondo Filippeschi, potrebbe essere offerto ai mini-enti dalle province. Salvatesi dalla cancellazione dalla Costituzione per effetto della bocciatura del referendum costituzionale, gli enti di area vasta mantengono infatti tra le proprie funzioni fondamentali quella dell’assistenza tecnica e amministrativa agli enti locali.

«Era interessante capire se il nuovo codice avesse risposto in pieno alle spinte verso la trasparenza, la semplificazione e la prevenzione dei fenomeni di corruzione, e a rendere concorrenziali gli affidamenti degli appalti pubblici, oltre che a una velocizzazione delle procedure di gara, ora che i vincoli del patto di stabilità sono stati allentati e sono molte le aspettative di ripresa degli investimenti sul territorio», ha spiegato il direttore di Legautonomie

Loreto Del Cimmuto. «Il nuovo codice sembra invece non aver centrato in pieno l’obiettivo principale che si era posto il legislatore in sede di legge delega».

Tutto ciò impone un ripensamento della normativa sui contratti pubblici, ma non una totale riscrittura della stessa. «Quanto emerge dalla recente indagine di Legautonomie fa riflettere», ha commentato Mariangela Di Giandomenico, avvocato dello Studio Eversheds Sutherland e collaboratrice di Legautonomie.

«La normativa sui contratti pubblici in Italia deve tornare alla sua funzione naturale, ossia regolare le procedure di affidamento al fine di selezionare l’offerta più competitiva e non diventare, invece, uno strumento attraverso cui controllare la corruzione».

Entrando nel merito delle risposte all’indagine, il 54% degli intervistati ha ritenuto oneroso e poco trasparente il ricorso al criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa rispetto a quello del massimo ribasso. Secondo gli enti il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa dà troppo potere discrezionale alle stazioni appaltanti.

[fonte: Italia Oggi del 2 giugno 2018]