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Immigrazione

14 Novembre 2018

Legautonomie sul Decreto immigrazione sicurezza

Il Decreto”Immigrazione e sicurezza”, pubblicato il 4 ottobre 2018, è attualmente in Parlamento per l’iter di conversione in legge che dovrà concludersi entro il 3 dicembre. Il Presidente della Repubblica Mattarella nella lettera contestuale all’emanazione del decreto ha sottolineato che le disposizioni devono essere coerenti con gli obblighi costituzionali ed internazionali dell’Italia in tema di diritti degli stranieri. Il richiamo ad inquadrare espressamente le norme del decreto legge in una cornice internazionale e costituzionale ci sembra più che opportuno e condivisibile. 

Legautonomie è sensibile alla coerenza con i principi costituzionali e si riconosce nei valori fondamentali di una società aperta, crede nella libera circolazione delle persone, nella convivenza tra diverse fedi e etnie, nell’universalità dei diritti e dei doveri di cittadinanza come parti integranti dell'idea stessa di sicurezza.

La scelta di reiterare lo strumento della decretazione d’urgenza e di porre la fiducia al testo per accelerarne l’approvazione ripete l’errore di inseguire/alimentare la paura e le percezioni (distorte) di un fenomeno che, invece, per essere governato, richiede di essere conosciuto e affrontato con razionalità.

Il decreto contiene misure molto eterogenee e che interessano materie differenti: protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, destinazione di beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. La trattazione congiunta di questi temi conferma come la migrazione continui ad essere interpretata come una preoccupazione securitaria collegata, quasi naturalmente, alla dimensione della sicurezza.

Legautonomie ritiene che l’immigrazione non sia in sé un problema di sicurezza, ma lo diventa nel momento in cui non si riesce a maturare la capacità di governarla. E' quindi sbagliato ancora una volta che si cambino le norme senza ascoltare chi nel territorio vive quotidianamente la realtà di questo fenomeno e lo deve governare.

La questione centrale, a nostro avviso, non è quella di produrre sempre nuove e più restrittive norme, ma capire cosa accade in concreto.

Sebbene in una fase di vera emergenza si sia ricorso con una certa larghezza alla protezione umanitaria, la sua abrogazione porterà ad un aumento delle presenze di irregolari in attesa di espulsione con conseguenze dirette sul territorio che si tradurranno in una crescita delle tensioni sociali, delle situazioni di disagio e di marginalizzazione a cui dovranno rispondere i servizi sociali comunali.

I dati sui rimpatri contenuti nel dossier sicurezza del Viminale diffusi ad agosto 2018 e relativi al periodo che va dal 1 agosto 2017 al 31 luglio 2018 confermano numeri molto ridotti: 6.883 rimpatri e 1.201 rientri volontari assistiti, dati di poco superiori all’anno precedente in cui si contavano 6.378 rimpatri e 596 rientri volontari assistiti.

Legautonomie ritiene che sia necessario dare centralità alle misure di ritorno volontario assistito e reintegrazione (RVA&R) con il coinvolgimento dei Comuni, come proponemmo in occasione della Legge di stabilità per il 2018. Si deve, però, realisticamente valutare che la maggior parte dei permessi concessi in Italia è di natura umanitaria e uno degli effetti del decreto sarà quello di allargare la platea degli irregolari- ad oggi stimati in 500.000-che resteranno sul nostro territorio e saranno costretti a vivere e sopravvivere in un sistema di illegalità che spinge alla criminalità.

Trattare il fenomeno dell’immigrazione come una emergenza- sicurezza in una fase in cui gli arrivi nel 2018 sono diminuiti dell’86 % rispetto al 2016 e dell’80% rispetto al 2017, vuol dire non solo non tener conto della realtà del fenomeno, ma anche dei progetti territoriali di accoglienza ed integrazione attivati dai Comuni e delle istanze avanzate nei confronti del governo centrale rispetto ad una gestione sostenibile del fenomeno.

I Comuni sono già più avanti. Si potrà ritenere che lo sono per numeri ancora insufficienti, ma nella sostanza molti Comuni sono predisposti a partire dalle loro esperienze avanzate, a passare alla fase della integrazione post emergenziale, terreno su cui sarebbe necessario orientare gli sforzi.

Invece il ridimensionamento del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), riservato, secondo le nuove disposizioni, ai titolari di protezione internazionale, vanifica le esperienze di integrazione e il lavoro che in questi anni hanno fatto circa un migliaio di Comuni, privilegiando una centralizzazione degli interventi.

I progetti SPRAR governati dai Comuni e attuati in collaborazione con i soggetti del terzo settore hanno messo in circolo le risorse destinate alla gestione dei progetti e saputo coniugare solidarietà, integrazione, sviluppo locale e coesione sociale: individuando le figure necessarie alla gestione del progetto tra le competenze del territorio; facendo sopravvivere le botteghe, gli alimentari, le farmacie, la scuola nei piccoli comuni che si spopolano; sviluppando un piano individuale di integrazione che si incrocia con le richieste e l’identità del territorio ed evita lo sfruttamento della manodopera immigrata.

Il Governo ad un sistema di accoglienza diffusa con un ruolo forte dei Comuni sembra preferire un sistema emergenziale in cui il privato si limita ad erogare solo servizi essenziali. Abbiamo già visto quanto la massiccia concentrazione di migranti nei CAS (Centri di accoglienza straordinaria) in piccoli Comuni frutto, peraltro, di decisioni calate dall’alto senza alcun coinvolgimento dei Sindaci, sia stata motivo di forti tensioni tra cittadini italiani e immigrati, difficili da gestire per chi ha la responsabilità di governo del territorio.

Anche negli anni in cui si è registrato un numero elevato di arrivi nel nostro Paese le amministrazioni locali hanno mostrato una disponibilità ad accogliere in piccoli numeri ma, allo stesso tempo, è emersa una forte richiesta di strumenti e risorse che possano garantire dei reali percorsi di integrazione. La preoccupazione di molti amministratori locali, in un contesto di crisi economica e problematiche collegate anche alle recenti catastrofi naturali avvenute in Italia, è proprio quella di riuscire a garantire, sia in fase di realizzazione dei progetti SPRAR, sia per il dopo SPRAR dei percorsi di vita che abbiano senso per i beneficiari e per il territorio che li ospita (vedi indagine di Legautonomie http://www.legautonomie.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=10855:le-comunita-locali-laboratori-di-convivenza-e-identita-accoglienza-e-integrazione&Itemid=1087)

A maggior ragione in questo nuovo contesto le politiche di integrazione devono essere al centro di un disegno complessivo che prenda atto del fatto che tante persone resteranno sul nostro territorio.

Il decreto, da questo punto di vista, non sembra affrontare la realtà, che è quella con cui gli amministratori locali hanno a che fare quotidianamente.

Novembre 2018