Nelle città andrebbero in crisi tante famiglie, chiuderebbero alberghi e fabbriche, servizi di pulizia e bar, stabilimenti balneari e ristoranti, e tant’altro.
Dunque i problemi dei cittadini immigrati sono i nostri problemi: perché sono cittadini come noi, hanno diritti e doveri come ne abbiamo noi, e perché il loro lavoro è ormai essenziale per le nostre comunità . Ciò anche se oggi non c’è, da noi, più il miraggio di un lavoro facile e molti vorrebbero tornare nei loro paesi anche per questo. La lotta per una crescita dell’economia, contro il declino del paese, perciò deve unire, non dividere: si cresce necessariamente insieme.
Allora dobbiamo agire, prima che la crisi faccia precipitare le tensioni. Il governo deve cambiare linea. Se le leggi fatte, come la Bossi-Fini, hanno prodotto guai vanno cambiate. Lo riconosce, implicitamente, anche il presidente Fini, ormai, ribellandosi alla propaganda xenofoba leghista.
Serve un diverso riconoscimento della cittadinanza e una riforma del regime dei permessi di soggiorno. Serve dare agli immigrati che risiedono in Italia da un certo numero di anni e che si comportano da buoni cittadini il diritto di voto nelle elezioni amministrative: la città di Pisa si batterà , ancora in prima fila, per questa innovazione necessaria a far valere diritti e doveri.
Bisogna smetterla con i tagli ai fondi statali per le politiche per l’immigrazione e per quelle sociali: senza uno sforzo d’integrazione non si vincono le separatezze e non si possono fare buoni cittadini, né si possono affrontare i problemi acuti che si chiamano scuola, salute e casa.
Le città , in realtà , sanno distinguersi e la nostra per molti versi è stata ed è ancora d’esempio. E vuole restare d’esempio: ma non potrà farlo senza risorse. Ci sono bisogni fondamentali da soddisfare e c’è un dovere di integrazione interculturale, di dialogo fra religioni diverse, al quale una comunità deve assolvere, con intelligenza e sensibilità , mettendo a disposizione il suo patrimonio: dalle scuole alle Chiese, dalle istituzioni culturali alle associazioni, ai sindacati.
Le comunità degli immigrati devono capire, e secondo me hanno assai largamente capito, che il rispetto delle regole è essenziale, che contrapporre la risposta alle preoccupazioni per la sicurezza allo sforzo per politiche sociali rivolte anche ai nuovi cittadini è sbagliato. Una comunità dove le regole sono fatte valere è una comunità che difende anche la sua vocazione all’accoglienza e respinge i facili e insidiosi egoismi, che spesso orientano proprio i cittadini più esposti alle massicce campagne di propaganda televisiva, che speculano sui cambiamenti portati dall’immigrazione così cresciuta in Italia in pochi anni.
Lottare insieme per il lavoro, per la sicurezza del lavoro, contro lo sfruttamento che si è visto nel dramma di Rosarno e non solo in quello, vuol dire garantire coesione delle nostre comunità in un mondo senza confini che è cambiato e cambierà ancora. Dobbiamo saper governare i cambiamenti e non farci paralizzare dalle paure ed esserne così travolti.